L’instabilità geopolitica, la volatilità dei mercati e la crescente complessità dei flussi transfrontalieri stanno riportando la gestione doganale al centro delle priorità delle imprese europee. Tuttavia, la disponibilità di personale qualificato e le competenze specialistiche interne non sempre riescono a tenere il passo con l’aumento della complessità normativa.
È quanto emerge dalla seconda edizione della Strategic Radar Customer Survey 2026 condotta da Customs Support Group, che ha analizzato le risposte di quasi 200 aziende manifatturiere e retail attive in Europa.
La funzione doganale diventa più centrale
La gestione doganale sta progressivamente acquisendo una dimensione strategica: il 44% delle aziende intervistate dichiara una maggiore visibilità della funzione e un coinvolgimento più diretto nelle decisioni aziendali, mentre il 18,5% segnala un aumento significativo della sua rilevanza.
«La survey evidenzia un vero e proprio paradosso», afferma John Wegman. «Dogana e compliance commerciale non sono mai state così centrali, ma molte aziende risultano a corto di personale operativo e continuano ad agire in modo reattivo anziché proattivo. In un contesto geopoliticamente instabile, è una combinazione ad alto rischio».
Outsourcing prevalente e carenza di competenze
Nonostante la crescente rilevanza strategica, il 70% delle imprese continua a esternalizzare le attività di sdoganamento, principalmente per mancanza di competenze specialistiche (38%) o di disponibilità operativa interna. Poco meno del 30% considera l’outsourcing più efficiente in termini di costi.
Anche dove esistono strutture interne, queste risultano generalmente ridotte: circa due terzi delle aziende che gestiscono le dichiarazioni in-house impiegano fino a quattro risorse full-time e collaborano comunque con partner esterni.
Sul fronte delle risorse umane, il 23% delle aziende ha assunto personale negli ultimi 24 mesi, ma solo il 6% prevede ulteriori inserimenti, mentre il 58% non ha in programma ampliamenti.
Classificazione delle merci: area di rischio
In un contesto segnato da misure tariffarie sempre più stringenti, la classificazione delle merci assume un ruolo determinante. Il 60% delle aziende la gestisce interamente internamente, mentre un ulteriore 20% combina competenze interne e supporto esterno.
Il livello medio di fiducia nella correttezza delle classificazioni è pari a 3,9 su 5, ma solo il 30% dichiara un’elevata sicurezza. Circa un’azienda su tre effettua revisioni annuali, un altro terzo non ne ha mai condotte e solo il 12% prevede di avviarne una nel corso dell’anno.
Il 56% delle imprese riconosce il rischio di errata classificazione e il 28% ha già subito conseguenze negative, tra cui costi aggiuntivi o controlli doganali.
Intelligenza Artificiale: supporto limitato
Rispetto allo scorso anno, l’Intelligenza Artificiale assume un ruolo meno rilevante. Nessuna azienda dichiara di affidarsi interamente all’IA per la classificazione delle merci; il 24% la utilizza in modo regolare o occasionale, mentre il 55% non ha ancora introdotto soluzioni in questo ambito.
«L’esperienza umana resta il fondamento», sottolinea Wegman. «L’IA può creare valore nel supporto analitico, ma la decisione finale deve rimanere in capo a specialisti esperti».
Tensioni geopolitiche e approccio reattivo
Il conflitto tra Russia e Ucraina (32%), la crisi del Mar Rosso (23%) e le tensioni tariffarie con gli Stati Uniti (21%) rappresentano le principali pressioni esterne sulle supply chain.
Nonostante il livello medio di preoccupazione si attesti a 3,1 su 5, oltre il 42% delle aziende non ha implementato misure specifiche per fronteggiare le tensioni geopolitiche e circa il 75% non ha adottato azioni di mitigazione rispetto ai cambiamenti tariffari.
Nel complesso, solo il 18% delle imprese dichiara un approccio realmente proattivo alla gestione dell’incertezza commerciale.
Focus Italia: consapevolezza senza strutturazione
In Italia, i risultati rispecchiano il quadro europeo. L’85,2% dei proprietari delle merci non dispone di un team doganale interno e non prevede di rafforzarlo, pur gestendo internamente attività critiche come la classificazione.
Solo il 34,8% si ritiene abbastanza sicuro dell’accuratezza delle proprie classificazioni, mentre l’adozione di strumenti di Intelligenza Artificiale resta limitata: il 73,9% non li utilizza.
Nel complesso, emerge un approccio prevalentemente reattivo all’incertezza normativa e commerciale, a fronte di una crescente consapevolezza della complessità del contesto globale.
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