Il contenzioso tra Amazon e l’Antitrust italiano, oggi all’esame del Consiglio di Stato, viene spesso raccontato come uno scontro tra istituzioni e un colosso globale accusato di abuso di posizione dominante. Una lettura che, come evidenziato da Uominietrasporti.it, rischia però di fermarsi alla superficie, senza affrontare le debolezze strutturali della logistica italiana, mai realmente costruita come sistema industriale.
Amazon come conseguenza, non come causa
Secondo l’analisi di Massimo Marciani, presidente del Freight Leaders Council, Amazon non rappresenta l’origine del problema, ma piuttosto la sua conseguenza. Il gruppo statunitense non avrebbe alterato artificialmente il mercato, bensì colmato spazi lasciati scoperti dagli stessi attori della filiera logistica nazionale.
In un contesto incapace di garantire qualità del servizio, affidabilità, trasparenza e continuità operativa, l’integrazione diventa quasi inevitabile. Qualcuno organizza ciò che altri hanno trascurato. Amazon lo ha fatto, mentre il resto del sistema ha finito per inseguire.
Il nodo Antitrust e il servizio FBA
Il punto sollevato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato riguarda il presunto self-preferencing legato al servizio logistico FBA, contestazione che ha portato a una sanzione da 1,1 miliardi di euro, ora oggetto del giudizio finale del Consiglio di Stato.
Amazon respinge l’accusa di abuso di posizione dominante, sostenendo di aver operato all’interno di uno spazio lasciato libero dal sistema logistico italiano. La questione centrale, tuttavia, non è stabilire se il servizio sia formalmente opzionale, ma quanto lo sia nella pratica. Quando visibilità sulla piattaforma, accesso ai grandi eventi commerciali e possibilità di competere dipendono da una scelta logistica, la libertà resta spesso solo teorica.
Un problema di mercato, non di tecnologia
Fermarsi alla dimensione regolatoria è comodo, perché evita di affrontare una responsabilità più ampia che riguarda la committenza e, più in generale, l’industria e la distribuzione italiane. Per anni la logistica è stata trattata come un costo da comprimere, non come un’infrastruttura strategica.
Si è premiato il prezzo più basso anziché la qualità, la velocità invece della sostenibilità, la disponibilità immediata al posto della solidità industriale. Il risultato è un mercato frammentato e sotto-capitalizzato, con margini insufficienti per investire, innovare e tutelare il lavoro.
Pressione sui costi e ricadute sulla filiera
La pressione sui costi non scompare, ma si trasferisce lungo la filiera, incidendo sulle condizioni operative degli autisti, sulla sicurezza e sulla legalità. Anche i consumatori, nel tempo, ne pagano il prezzo, diventando sempre più dipendenti da pochi grandi orchestratori capaci di garantire che i processi logistici funzionino.
In questo contesto, pensare che una maxi-sanzione possa risolvere il problema appare un’illusione. Le multe non costruiscono ecosistemi, non rendono il mercato più equo e non responsabilizzano la committenza.
Il paradosso della concorrenza senza mercato
Il paradosso è evidente: si difende la concorrenza senza aver mai costruito un vero mercato. Si interviene quando gli equilibri sono già compromessi, invece di definire a monte regole chiare, criteri di accesso trasparenti, responsabilità condivise lungo la filiera e standard minimi di qualità e tutela del lavoro.
Il caso Amazon non è un’eccezione, ma l’esito prevedibile di un sistema che ha rinunciato a governare la logistica come infrastruttura economica e sociale del Paese. Senza un cambio di approccio, anche una vittoria giudiziaria rischia di restare effimera, a fronte di un’occasione persa per lo sviluppo del settore.
Fonte: Ship2shore












