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La reazione dei porti alle alleanze tra armatori

La ricerca di Drewry

Drewry esamina la nuova tendenza degli scali marittimi a collaborare per fronteggiare la concentrazione dei vettori e il gigantismo navale. Anche gli scali dovrebbero cercare forme di aggregazione e collaborazione. Il caso di Seattle e Tacoma.

Di fronte alla dimensione crescente delle navi e alla progressiva concentrazione in corso delle linee e delle società attive nel trasporto marittimo di container, i porti hanno di fronte a loro sfide molto importanti con (forse) un’unica arma di difesa: quella coopetition (cooperazione e competizione) da tempo predicata dal presidente dell’Autorità Portuale di Venezia, Paolo Costa.

All’estero, precisamente negli Stati Uniti, c’è già chi si è mosso in questa direzione tanto da meritarsi l’attenzione dell’ultima ricerca di Drewry, intitolata: “I porti iniziano a reagire alle alleanze delle compagnie marittime”. Il caso osservato è quello dei porti di Seattle e Tacoma, due scali distanti fra loro meno di 50 chilometri (come Genova e Savona) e sotto il controllo dello stesso ente statale, che hanno chiesto alla Federal Maritime Commission il permesso di condividere informazioni e funzioni sensibili (pianificazione, analisi di costi e ricavi, tariffe portuali, tassi di occupazione dei terminal, ecc.).

Entrambi i porti, seppure ospitino complessivamente nove terminal container controllati da vari gruppi armatoriali, ritengono che in presenza di alleanze operative come P3 Network (MSC, Maersk e Cma Cgm), G6 Alliance (Hapag-Lloyd, NYK Lines, OOCL, Hyundai, APL e MOL) e CKYH (China Shipping, K-Line, Yang Ming e Hanjin), la frammentazione dell’offerta portuale non abbia più motivo d’esistere. Secondo l’analisi di Drewry, “In attesa di vedere se fusioni e acquisizioni ci saranno anche fra i terminal portuali, nel breve termine la risposta più efficace da parte dei porti sarà coordinarsi per le finestre di ormeggio delle navi e cercare di proporre in sinergia servizi intermodali verso i retroporti”. Questo sarà tanto più possibile, aggiungono gli analisti di Drewry, “dove i porti sono sotto il controllo pubblico nazionale”. Esattamente il caso dell’Italia. Leggi tutta la notizia

Fonte: TE – TRASPORTO EUROPA

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