L’aumento delle importazioni cinesi verso l’Europa sta alimentando preoccupazioni sempre più diffuse tra le imprese dell’Unione europea. A pesare è soprattutto il surplus commerciale record di Pechino, che nei primi undici mesi dell’anno ha superato i 1.000 miliardi di dollari, di cui oltre 350 miliardi nei rapporti con l’Ue. Un dato che, secondo le aziende europee, rischia di alterare gli equilibri del commercio internazionale.
L’allarme della Camera di Commercio Ue in Cina
Nel rapporto “Affrontare le dipendenze della catena di approvvigionamento: sfide e scelte”, la Camera di Commercio Ue in Cina evidenzia come l’eccessiva esposizione alle forniture cinesi stia diventando controproducente per molte imprese europee e per i mercati dei Paesi terzi. Pur continuando a considerare la Cina un mercato strategico, le aziende sono sempre più spinte a diversificare le catene di approvvigionamento.
Il consiglio rivolto alle imprese è chiaro: ridurre, ove possibile, la dipendenza da un’unica fonte, sia essa la Cina o gli Stati Uniti, in un contesto segnato dalle politiche industriali di Pechino e dalla volatilità commerciale di Washington.
Squilibrio commerciale e possibili contromisure Ue
Secondo Jens Eskelund, presidente della Camera di Commercio Ue in Cina, la situazione è “preoccupante” non solo per le imprese ma anche per i governi europei. Il crescente squilibrio commerciale, sostenuto anche da un yuan sottovalutato e da numerose dipendenze critiche dell’Ue dalla Cina, starebbe spingendo Bruxelles verso un approccio più deciso nelle relazioni commerciali con Pechino.
Un’ipotesi già evocata dal presidente francese Emmanuel Macron, che non ha escluso il ricorso a misure forti, come l’introduzione di dazi, qualora il divario commerciale non venisse ridotto.
Terre rare e sicurezza delle supply chain
A rendere il quadro ancora più complesso contribuiscono le restrizioni cinesi sull’export di terre rare, che stanno colpendo l’industria manifatturiera globale. Secondo un’indagine della Camera di Commercio, un’azienda europea su tre sta valutando la delocalizzazione degli approvvigionamenti al di fuori della Cina proprio in risposta a questi controlli.
Per Eskelund, si tratta di un vero campanello d’allarme per l’Europa, che deve evitare di diventare un danno collaterale delle tensioni geopolitiche e rafforzare la resilienza delle proprie supply chain.
Fonte: La Repubblica












