Dalla riapertura dello Stretto di Hormuz servirà tempo prima di un pieno ritorno alla normalità dei flussi energetici e delle merci. In particolare, il petrolio potrebbe tornare a livelli regolari nell’arco di circa un mese, mentre per prodotti raffinati, chimici e alluminio la normalizzazione potrebbe richiedere fino a tre-sei mesi.
A delineare questo scenario è Gregorio De Felice, chief economist e head of research di Intesa Sanpaolo, intervenuto a margine del Festival dell’Economia di Trento.
Il ritorno alla normalità dopo il conflitto Iran-USA
Secondo De Felice, la fine del conflitto tra Iran e Stati Uniti e la riapertura dello Stretto di Hormuz contribuiranno a ridurre l’impatto negativo sulla crescita economica globale, ma il processo di normalizzazione non sarà immediato.
“Servirà tempo per tornare a una normalizzazione dei flussi al 100%”, ha spiegato l’economista. “Stimiamo un mese per i flussi petroliferi e 3-6 mesi per i prodotti raffinati, chimici e alluminio”.
Mercati e prezzi: effetti anticipati sui future
L’impatto sui prezzi delle materie prime potrebbe manifestarsi anche prima della piena ripresa dei flussi fisici, in particolare sui mercati dei future.
Secondo De Felice, una possibile stabilizzazione dei prezzi potrebbe anticipare la normalizzazione logistica, nel caso in cui il mercato interpreti l’accordo geopolitico come credibile. I mercati finanziari, inoltre, non avrebbero mai realmente scontato uno scenario di escalation militare prolungata.
Stretto di Hormuz: nodo strategico per il commercio globale
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali chokepoint energetici mondiali. Secondo un report di Assoporti e del centro studi SRM – Intesa Sanpaolo, attraverso lo stretto transita circa il 37% del petrolio mondiale via mare e il 28% del GNL globale.
Le recenti tensioni nell’area hanno provocato una forte contrazione dei traffici marittimi, con un calo fino all’89% dei transiti giornalieri e quasi 1.000 navi ferme nel Golfo, per un valore stimato di circa 23,7 miliardi di dollari di merci.
Impatti su logistica e supply chain globale
Le deviazioni delle rotte hanno comportato un allungamento dei tempi di navigazione fino a 20 giorni aggiuntivi, con conseguenti aumenti dei costi logistici e del bunkeraggio.
La riapertura dello Stretto di Hormuz e il ritorno alla libertà di circolazione avranno effetti positivi anche sulla crescita economica globale, riducendo le pressioni sulle catene di approvvigionamento internazionali.
Per l’eurozona, l’impatto sulla crescita del 2026 potrebbe attestarsi allo 0,9%, mentre per l’Italia la stima si collocherebbe allo 0,4%.
Energia e inflazione: scenario più contenuto rispetto al passato
Il capo economista di Intesa Sanpaolo evidenzia come l’attuale crisi energetica risulti meno intensa rispetto a quella seguita all’invasione dell’Ucraina, quando il prezzo del gas naturale aveva raggiunto livelli tra 250 e 300 euro per MWh.
Oggi i prezzi si attestano intorno ai 40 euro, con un impatto inflattivo più contenuto.
Secondo De Felice, il principale effetto resta legato al rialzo del prezzo del petrolio e dei prodotti raffinati, mentre gli effetti di secondo ordine sull’inflazione potrebbero risultare limitati.
Inflazione e trasmissione dei costi
Infine, l’economista sottolinea che la trasmissione dei maggiori costi energetici ai prezzi finali da parte delle imprese potrebbe essere meno intensa del previsto, riducendo il rischio di effetti inflattivi strutturali.
Questo limita anche le preoccupazioni della BCE sugli effetti di secondo ordine dell’inflazione legata all’energia.
Fonte: ANSA












